Lo “sciopero scolastico” ha riportato i temi ambientali in primo piano. Non serve una guerra ma una rivoluzione culturale.


La potenza dell’apparato economico mondiale è straordinaria. La sua capacità di gestione della complessa interconnessione che tiene in equilibrio il sistema di produzione, l’estesa e capillare rete d’infrastrutture della distribuzione, forniscono l’immagine di un apparato planetario imponente e potente, tanto da sovrastare e condizionare ogni interesse nazionale.
Ecco perché, sulle decisioni che interessano le politiche economiche e industriali, i Governi di ogni “colore” balbettano.Non sono determinati e immediati nel fornire regole, proponendo soluzioni e traguardi al 2030, 2040, 2050… Nonostante tutte le battaglie ecologiste abbiano cercato di affermare, sin dal 1960, un’idea di sviluppo economico più attento alla salute dei cittadini e nonostante oggi sia maggiormente diffusa una sensibilità ecologista.
I numeri offrono un’occasione illuminante per riflettere su quanto prima affermato, pur soffermandoci solo sul settore della produzione della plastica.
Un materiale che, pur essendo considerato molto inquinante, vede ancora oggi la produzione in crescita.
La produzione mondiale di plastiche nel 2014 si attestava intorno a 311 milioni di tonnellate.
Nella classifica mondiale l’Europa, con una produzione stimata in 59 milioni di tonnellate, era al secondo posto, alle spalle della Cina.
Sempre nel 2014, nei ventotto paesi membri dell’Unione europea, la filiera delle plastiche occupava 1,45 milioni di addetti in 62mila imprese che hanno generato un fatturato di 330 miliardi di euro, con un impatto sulla bilancia commerciale comunitaria positivo per 18 miliardi di euro e un contributo alle casse pubbliche, nei diversi paesi, pari a circa 27 miliardi di euro.
Nel 2014 la bilancia commerciale beneficiava di un surplus di 12,1 miliardi di euro nella produzione di plastiche, cui si aggiungevano i 5,43 miliardi della trasformazione.
L’espansione di questo tipo di produzione si palesa in ogni settore della quotidianità. Una grandissima parte di ciò che ci circonda è realizzata in plastica, i flaconi che contengono detersivi o prodotti liquidi, le confezioni per il cibo e tantissimi oggetti di uso comune. Una vera e propria invasione.
L’aumento della produzione globale di plastiche e l’uso sempre più diffuso hanno portato a un’esplosione di rifiuti di plastica e, con l’aumento della produzione, si registra un peggioramento della qualità media della produzione, che rende più complicato e meno vantaggioso il riciclo di un’enorme massa di rifiuti.
L’incremento della raccolta e il riciclo restano tra gli obiettivi più ambiti, sia per ridurre l’inquinamento causato da questo materiale, sia per le ricadute positive, in termini economici, che lo sviluppo d’iniziative legate al riciclo, puntano a realizzare.
Sempre nel 2014, sono state 25,8 milioni di tonnellate le plastiche trasformatesi in rifiuto nel 2014, di questi il 29,7% è stato raccolto e riciclato, un altro 39,5% è stato trasformato in energia, mentre il 30,8%, è finito in discarica, la peggiore delle possibilità disponibili.
A questi numeri si aggiunge la grande quantità di rifiuti che, a seguito di comportamenti sconsiderati, a livello planetario, continuano a essere disperse nell’ambiente, contaminando seriamente terra e acqua.
Alla pressione esercitata sui Governi dalle recenti manifestazioni in tutto il mondo, lo “sciopero scolastico”, cui partecipano masse di giovani e che coinvolge e sensibilizza milioni di persone in favore di politiche per il clima, si contrappongono quindi gli interessi di una potente realtà finanziaria, economica e industriale ed inoltre diffusi interessi sociali, legati all’occupazione lavorativa e ai notevoli flussi di denaro che interessano le pubbliche amministrazioni.
Interessi che, espressi in numeri, si possono sintetizzare così: utili per 18 miliardi di euro, nella sola Unione europea nel 2014; lavoro per 1,45 milioni di addetti; 27 miliardi di euro versate nelle casse pubbliche.
Con questi numeri, dimensionati a livello mondiale, deve fare i conti, una seria iniziativa Ecologista. Non serve una guerra ma una sostanziale rettifica del modo di pensare e di fare che riguarda prima di tutto il presente, una rivoluzione culturale che contemperi le varie esigenze e non si lasci affascinare da sentimentali avventure estremiste.
Lo “sciopero scolastico” ha riportato i temi ambientali in primo piano ora, ripresa la via e riavviato il cammino, se si vuole utilizzare un comprensibile paradigma, occorre trasformare la via in “autostrada” e il camminare in “corsa”.

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